lunedì 5 maggio 2014

Jaime: che fare?

Eccomi di nuovo qui a parlare di Jaime: dovete scusarmi se torno sull'argomento ma più i giorni passano più tutto ciò che lo riguarda diventa pesante. Non lo voglio definire un problema perchè ogni bambino merita rispetto e necessita attenzione  ma ad esserlo è la sua gestione che,col passare del tempo, diventa più difficile e snervante per via dei disturbi mentali che lo affliggono: se in un'occasione si trova il modo per farsi ascoltare o per prendersene cura, in quella successiva questo non funziona e bisogna ingegnarsi per trovare una valida alternativa.
Dopo un periodo che si può dire di ambientamento alla nuova realtà, Jaime ha cominciato a farsi notare per la sua condotta: dapprima ha iniziato a non entrare nel salone di studio, scappando quando qualcuno provava ad avvicinarsi, successivamente a rifiutare a volte di entrare a mangiare, ad usare parole volgari nei confronti degli altri ragazzi, a comportarsi male a scuola arrivando al punto di salire sugli alberi minacciando chiunque di orinargli addosso. Nonostante la somministrazione di due diversi tipi psicofarmaci la situazione non è affatto migliorata anzi è peggiorata: infastidisce tutti, persino il personale, arrivando a prenderli in giro pesantemente e, a volte, a picchiare se qualcuno reagisce a questi suoi continui sbeffeggiamenti. Non ne vuole sapere di andare a scuola, ci va solamente se quel giorno gli fa comodo; farlo entrare nella cappella per la preghiera serale  o per la messa a volte diventa un'impresa perchè non gli interessa e, se viene, comincia a disturbare; in qualche occasione insulta pesantemente; non ne vuole sapere di lavarsi; afferra bastoni o oggetti appuntiti e se ne va in giro colpendo panche, mura e finestre; cerca di scassinare i lucchetti e, se ne trova uno aperto, lo prende e lo butta o l'interra. Quando uno lo richiama o lo invita a salire da una stanza si butta per terra e le soluzioni sono due: o trascinarlo fuori oppure prenderlo in braccio ma in entrambi i casi si mette ad urlare.
Ci sono giorni in cui non è proprio gestibile, come ad esempio è successo il venerdì santo: è riuscito a chiudersi nel bagno della sua stanza incastrando la porta e, per liberarlo, mi è toccato rompere la serratura. Successivamente ha iniziato a gridare e, nel vedermi, ad insultarmi senza motivo: non ho fatto una piega e, insieme a Liliana, ho dovuto afferrarlo per farlo uscire dal dormitorio dei ragazzi. L'altra sera è entrato nel corridoio dove dormono le bambine, cosa che non è permessa: dopo una prima volta in cui l'abbiamo convinto in tre ad uscire, vi si è recato nuovamente di proposito e si è dovuto portalo fuori a forza. Ieri l'ultimo episodio: invece di entrare con gli altri alla cappella, se n'è andato a passeggiare per il campo di cemento, completamente al buio, e successivamente non ne voleva sapere di andare nella sua stanza a dormire.
Tutto questo penso sia normale per i disturbi di cui soffre Jaime ma, in una realtà come l'hogar, diventa frustante e una questione difficile da risolvere: non si è in grado di offrire ciò di cui ha bisogno, non si hanno le dovute competenze e non possiamo affiancargli una persona che lo segua tutto il giorno, sia perchè non ci sono i soldi per pagarla sia perchè destinare solo a lui uno degli educatori già presenti nella struttura non sarebbe giusto nei confronti degli altri 74 bambini, che hanno lo stesso bisogno di qualcuno che li segua in maniera adeguata... Se gli leviamo una persona, si diminuisce la qualità del servizio che si offre loro.
Con Jamie ho scoperto come si comportano le autorità pubbliche in casi come o peggio del suo: a livello pubblico non ci sono centri per qualsiasi tipo di handicap, ci si affida esclusivamente a strutture private e religiose. Per lo Stato una volta che il ragazzo è stato portato in un hogar, la faccenda si chiude lì: al massimo contribuisce solamente alle spese mediche di cui necessita, poco importa se il centro abbia le competenze ed i mezzi adatti a gestirlo.Viste le difficoltà di mantenere la situazione sotto controllo e le dimensioni della nostra struttura, abbiamo fatto richiesta di trasferire il bambino in un'altra struttura: la prima reazione delle autorità è stata di fastidio, ci hanno accusato di discriminazione perchè non lo vogliamo per i suoi problemi, poi ci hanno minacciato di controllarci in maniera più attenta e severa perchè rifiutavamo di averlo tra noi... praticamente la colpa di tutto questo era soltanto nostra, poco importa che non abbiamo alcun aiuto da parte loro! 
Per quanto mi riguarda la questione diventa qualche volta frustante: non si sa mai quando e come Jamie farà le bizze per cui devo stare continuamente sul chi va là, pronto ad intervenire se necessario. So che bisogna avere pazienza e trattarlo con affetto, con amore: la cosa è facile quando è tranquillo ma diventa molto difficile soprattutto quando offende in maniera pesante o comincia ad infastidire in vari modi gli altri. Nei suoi momenti peggiori, il team dei psicologi stipendiati dalle autorità ci dicono di legarlo ad una sedia: mi rifiuto di farlo anche se io o uno del personale in quelle occasioni siamo costretti ad afferrarlo per un braccio o a trascinarlo o a portarlo via di peso... Il più delle volte lo faccio io perchè voglio che gli educatori stiano con gli altri ragazzi: nel farlo però mi si strazia al cuore ma non vedo altre soluzioni, il parlargli non dà risultato e purtroppo bisogno usare le cattive maniere. A volte mi prende lo sconforto: mi rendo conto del mio essere limitato e del tutto impotente ed inadeguato a questa situazione, non posso fare altro che cercare di tenere i nervi saldi ma la cosa diventa sempre più difficile ogni giorno che passa. 
I ragazzi da canto loro hanno cominciato a capire le difficoltà del loro compagno e a volte lo aiutano, cercando di fargli capire cosa è bene e cosa è male e sostenendomi in quello che cerco di fare per lui, ma come me cominciano a dare segnali di stanchezza: proprio ieri sera uno mi ha chiesto quando Jamie andrà via perchè non ne può più... Non ho avuto la forza di rispondere, non ho avuto il coraggio di dirgli che anch'io mi pongo la stessa domanda e che mi vergogno di questo: gli ho detto che fin che sarà qui, si deve fare il massimo per lui perchè ne ha bisogno, anche se non ci piace come si comporta o è diverso da noi. É qui perchè nessun altro lo vuole: questa verità, per quanto brutta, deve farmi da sprono ogni giorno per stare accanto a lui tendendogli sempre la mano e facendomi ricordare che non può essere un problema perchè si tratta di una persona che, per quanto diversa da noi e dal nostro modo di essere, va semplicemente compresa, rispettata ed amata. Facile o difficile che sia.
Har baje

1 commento:

  1. caro marco, a quanto ho capito ogni parola risulterebbe del tutto inutile: il signore ti dia la forza e l'amore necessario in questa situazione. pregherò per voi.
    antonella- mira(ve)

    RispondiElimina